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LA FINANZA SPEGNE LA DAYCO. OLTRE 1000 AZIENDE IN ABRUZZO HANNO CHIESTO DEROGHE, PREFETTURE LENTE E INADEGUATE PER LE VERIFICHE. SI VANIFICA DISTANZIAMENTO SOCIALE.

 

Ieri a tarda serata è giunto il provvedimento di chiusura dello stabilimento Dayco di Manoppello a seguito dei controlli della Finanza, per il mancato rispetto dei DPCM del 14 marzo (protocollo sicurezza), 22 marzo (Ferma Italia) e 25 marzo (Revisione codici Ateco) e per aver utilizzato codici impropri per la prosecuzione delle attività.  Come Rifondazione Comunista, a partire dal 15 marzo, avevamo denunciato e segnalato al presidente della Regione Marsilio, ai prefetti, alle Asl, i problemi di sicurezza sul lavoro e la necessità del fermo delle produzioni Dayco.

Ieri sera è arrivata la chiusura ed ha un po’ il sapore della beffa. La Dayco da oggi avrebbe attivato la cassa integrazione, probabilmente non solo per le giuste ragioni dei lavoratori ma anche per sopravvenute esigenze di mercato. Ricordiamo che i sindacati a più riprese nelle ultime 2 settimane si erano mobilitati chiedendo controlli e fermo produttivo. Il 24 e 25 marzo dopo il Dpcm del 22 marzo, quando tutti si aspettavano la chiusura e la cassa integrazione, la Dayco ha proseguito la produzione e i sindacati hanno proclamato lo sciopero. La Dayco produce cinghie di trasmissione per auto, non ventilatori polmonari. Una produzione sicuramente non essenziale. I lavoratori avevano ragione, ma purtroppo la farraginosità delle procedure, l’inadeguatezza delle prefetture, le furbizie dell’azienda nel giocare con i codici ATECO, hanno consentito che si proseguisse la produzione per altri 10 giorni, con i ritmi di sempre.

Un caso emblematico tenuto conto che sono oltre 1000 le aziende che in Abruzzo in questi giorni hanno chiesto le deroghe per continuare la produzione, spesso utilizzando codici ATECO marginali rispetto alle proprie attività principali.

Un numero davvero esagerato che rischia di compromettere le misure di distanziamento sociale e contenimento della diffusione del virus. Un virus in piena attività che miete vittime quotidianamente, con un numero esagerato di morti fuori dalle statistiche ufficiali, perché soprattutto in Lombardia si muore a casa senza tampone, in alcuni comuni della bergamasca l’Istat ha registrato anche 10 volte i decessi dello stesso periodo dello scorso anno.

I prefetti fermino davvero le produzioni non essenziali e si avviino controlli puntuali e stringenti.

L’elenco delle aziende attive e di quelle che chiedono deroghe va reso pubblico. I sindaci e le Asl siano informati su ciascun territorio dei flussi e degli spostamenti delle persone per le produzioni essenziali e per le deroghe concesse. Al posto di app fantasiose per controllare chi porta a spasso il cane, ci sembrerebbe molto più utile mappare il movimento di migliaia di lavoratori che tutti i giorni sono obbligati a muoversi per garantire le esigenze vitali di noi tutti.

Servono risorse urgenti per il sostegno al reddito dei lavoratori visibili e invisibili, e servono risorse immediate per il sostegno alle piccole e piccolissime imprese che sono predominanti nel nostro tessuto economico. I ritardi di Governo e Regione stanno di fatto mettendo artigiani e piccoli imprenditori nelle condizioni di dover scegliere tra la salute di sé stessi e dei propri dipendenti, e il fallimento delle proprie aziende. Dall’altra parte le grandi imprese hanno tutte le capacità per poter sopperire ad un mese di fermo e provvedere alla propria ristrutturazione aziendale, visti gli enormi dividendi che negli ultimi anni hanno accumulato. Di fronte al virus non siamo tutti uguali, perché già prima le differenze erano evidenti. Ora la forbice delle disuguaglianze si allargherà ulteriormente. È il momento che la Banca centrale Europea apra il proprio portafoglio, lo ha fatto dal 2009 per il salvataggio delle banche può farlo per salvare i lavoratori europei.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC-SE
Marco Fars, segretario regionale PRC-SE Abruzzo
Corrado Di Sante, segretario provinciale PRC-SE Pescara

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