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Il Partito Comunista e i Sindacati

gennaio 1922, di Antonio Gramsci e Angelo Tasca (pubblicato ne “Il Comunista” 29 gennaio 1922)

Il testo di Gramsci e Tasca che qui riproduciamo in forma completa presenta notevoli punti di interesse. Ve ne è uno, naturalmente, di natura storica, ma non ci soffermiamo su questo; segnaliamo soltanto che questa rivista ha pubblicato un saggio molto incisivo di Giorgio Amico su “Gramsci e Bordiga, alle origini del comunismo italiano” e che può contribuire ad inquadrare storicamente il periodo. Come militanti sindacali, ci interessa però sottolineare i punti che, a nostro avviso, mantengono una intatta utilità per la politica sindacale che il partito dovrebbe condurre. Prima di tutto: l’uso da parte dei fondatori del comunismo in Italia del termine “burocrazia” a proposito della massa dei funzionari dei sindacati di massa. Un corpo separato dalla base “che agisce come partito”, lo ostacolo da abbattere per ricondurre i sindacati ad una politca di classe. L’uso di questa categoria si è perso da un po’ di tempo a questa parte: vi è chi tende a vedere nella attuale condotta dei sindacati un esclusivo problema di linea (ma in questo modo si preclude la possibilità di cercare dei rimedi strutturali all’esistenza di una burocrazia), altri parlano di “agenti della borghesia infiltrati nel movimento operaio” (perdendo così di vista il fatto decisivo che la burocrazia è un problema interno alla nostra classe e che dunque è il nostro stesso comportamento quotidiano che deve essere centrato sulla necessità di evitare il formarsi del fenomeno). Le nostre idee a proposito le abbiamo espresse nel documento Comunisti e sindacato, largamente debitore dell’impostazione gramsciana e leniniana. Un altro aspetto che ci sembra interessante è il metodo con cui i comunisti affrontavano il problema che allora come oggi affliggeva il movimento operaio italiano: la frammentazione sindacale, ponendo come obbligo dei comunisti presenti in ogni sindacato la lotta per l’unità sindacale nell’azione e quando possibile anche nell’organizzazione. Si vedrà che Gramsci e Tasca non impongono ai militanti comunisti di emigrare tutti in un sindacato, ma organizza i comunisti presenti in tutti i sindacati secondo principi condivisi. Vorremmo inoltre che si apprezzasse il linguaggio che si utilizzava in questo documento: certo, molti riferimenti potranno sembrare oscuri ai militanti di oggi che non conoscono a fondo la situazione di allora (la questione dell’Internazionale Sindacale Rossa, ad esempio), ma si noterà comunque la più totale assenza di “giri di parole”, di argomentazioni ambigue, di fraseologia seducente, la precisione con cui vengono indicati i compiti dei comunisti.
Lungi da noi comunque il pensare che la politica sindacale di oggi debba essere dettata dai “sacri testi”. Ci appaiono evidenti alcuni limiti di questo documento. Ad esempio là dove si propone come unica rassicurazione antiburocratica il legame dei sindacalisti con il partito comunista: la storia ha dimostrato che, per evitare il costituirsi di una burocrazia, purtroppo, questa è una condizione non sufficiente.

Risoluzione proposta dal Comitato Centrale per il II Congresso del Partito Comunista d’Italia tenuto a Roma tra il 20 e il 24 marzo 1922. Antonio Gramsci e Angelo Tasca.

Indice

I. La lotta proletaria e i sindacati.
II. Funzione e sviluppo dei sindacati.
III. Il Partito comunista e i sindacati.
IV. Il problema dell’unità sindacale in Italia.
V. I rapporti internazionali dei sindacati italiani.
VI. La lotta contro l’offensiva borghese in Italia.
VII. Postulati immediati di azione sindacale del Partito comunista d’Italia.
VIII. Il problema della struttura sindacale.
IX. Il problema del controllo operaio.
X. Il problema della disoccupazione.
XI. La cooperazione.

I. La lotta proletaria e i sindacati.

1. Il comunismo, come nozione e come manifestazio-ne storica piú elementare e diffusa, non è che il movimen-to reale di ribellione dell’intero popolo lavoratore, il quale lotta per liberarsi dall’oppressione economica e spiri-tuale del regime capitalista e costruisce, alla stregua delle proprie esperienze dirette, gli organismi che si rivelano piú idonei al raggiungimento di quei fini che lo stesso sviluppo della lotta generale a mano a mano determina. Il carattere originario ed essenziale di questo movimento è la negatività; essendo imposto e non proposto, esso non può manifestarsi immediatamente come l’attuazione organica di un preordinato piano di ricostruzione ma solo invece come un vasto, molteplice e caotico pullulare di energie rozze e incomposte, che spontaneamente tendono alla cieca distruzione e che solo lentamente e a strati successivi finiscono con l’inquadrarsi e col sistemarsi permanentemente. L’esistenza di una organizzazione mondiale capitalistica, che unifica gerarchicamente i più disparati ambienti economici e le popolazioni che vi lavorano in con-dizioni diverse di sviluppo dei metodi tecnici di produ-zione, fa rientrare nella nozione e nelle manifestazioni del comunismo tutte le diverse forme che la ribellione al re-gime capitalista assume nel periodo attuale: la lotta del proletariato consapevolmente diretta alla conquista del-l’autonomia industriale e del potere governativo nei paesi economicamente e politicamente piú sviluppati: la lotta delle classi contadine contro i grandi proprietari terrieri per il possesso del suolo e contro lo Stato accentratore e militarista che funziona nei loro confronti come un appa-recchio di sfruttamento fiscale e come una divinità mai sa-zia di sangue: la lotta dei popoli coloniali contro l’impe-rialismo delle metropoli. Ma tutto l’edificio mondiale del-l’imperialismo poggia sulla grande industria; la lotta del proletariato per la conquista dell’autonomia industriale e del potere governativo diventa perciò storicamente il fulcro della lotta universale contro il capitalismo e l’elemento organizzativo e unificatore del comunismo. Le clas-si contadine e i popoli coloniali non sono in grado di at-tuare coi soli mezzi propri la loro particolare libertà; è necessario a tal fine che il proletariato elimini la borghe-sia dal governo dell’industria e dal governo degli Stati egemonici d’altra parte, senza la solidarietà organizzata e sistematica delle classi contadine e dei popoli coloniali, il proletariato non può attuare permanentemente la sua missione liberatrice. La fase superiore del comunismo, cioè della lotta universale contro l’oppressione e lo sfrut-tamento capitalistico si realizza pertanto nell’esistenza di una organizzazione mondiale che si proponga il compito di unificare e centralizzare gli sforzi rivoluzionari di tutte le forze sociali in lotta contro il regime capitalista, di una organizzazione mondiale che elabori gli elementi di soli-darietà che si manifestano concretamente nel molteplice svolgimento della lotta generale e crei il terreno in cui questa solidarietà in un momento dato si attui in un’azio-ne rivoluzionaria simultanea. L’Internazionale comunista è questa organizzazione mondiale.

2. La lotta del proletariato per la conquista dell’auto-nomia industriale si è storicamente concretata nell’orga-nizzazione dei sindacati professionali.
Il sindacato è la prima creazione originale del proleta-riato che ricerca i limiti della propria struttura di classe, sceglie nel suo stesso seno i suoi dirigenti, acquista i pri-mi elementi di una propria amministrazione e di un pro-prio governo, e si propone di limitare e di controllare l’ar-bitrio e la strapotenza delle classi dominanti, gettando co-sì i primi fondamenti della propria emancipazione e del proprio potere. Nel corso del suo sviluppo il movimento sindacale diventa la negazione piú recisa della democrazia borghese.
Il processo di sviluppo del capitalismo è caratterizzato da due fatti essenziali: un’organizzazione e una concen-trazione massima dei mezzi materiali di produzione e di cambio, ottenute specialmente attraverso il monopolio del credito, e per contrapposto una massima disorganizzazio-ne e polverizzazione del piú importante strumento di pro-duzione, la classe lavoratrice. L’istituzione politica in cui si riflettono questi caratteri del capitalismo è il parlamento nazionale, organizzazione concreta della democrazia bor-ghese. Perché questo regime funzioni normalmente, il po-polo lavoratore dovrebbe riunirsi in corso costituito solo nel brevissimo istante delle elezioni e immediatamente sciogliersi. L’organizzazione permanente di grandi masse, anche se esse lottano per fini raggiungibili solo nel campo della produzione industriale, non può che determinare in ultima analisi la decomposizione degli ordini costituiti. Il solo fatto che le organizzazioni sindacali sorgano e si sviluppino è l’evidente dimostrazione che la democrazia borghese e il regime parlamentare sono guasti fin nelle radici: essi infatti sono sorti per garantire la libertà e le condizioni migliori di sviluppo della personalità umana che si afferma in funzione della proprietà di beni materia-li, non della personalità umana che si afferma in funzione della proprietà di energia fisica da applicare alla produzio-ne dei beni materiali. In un certo momento rimane cosí senza nessuna protezione da parte dello Stato, appunto per ciò che riguarda le attività primordiali dell’esistenza, la maggioranza della popolazione: è naturale che essa cer-chi di garantirsi con mezzi propri, che cioè essa crei il proprio Stato entro lo Stato.

3. L’organizzazione sindacale, embrione di uno Stato operaio entro lo Stato borghese, può essere subita solo transitoriamente dal regime capitalista; essa infatti, in determinate circostanze, può anche essere utile allo svi-luppo dello stesso capitalismo. L’organizzazione sindaca-le non può però essere incorporata nel regime e diventare compartecipe del governo dello Stato. Può governare ef-fettivamente lo Stato solo chi effettivamente controlla la fabbrica e l’azienda e in questo controllo trova le condi-zioni della propria indipendenza economica e della pro-pria libertà spirituale. La partecipazione effettiva dei sin-dacati al governo dello Stato dovrebbe significare parteci-pazione effettiva della classe operaia al governo della fab-brica, ciò che normalmente è in assoluto contrasto con le necessità capitalistiche della disciplina industriale. Queste necessità determinano l’implacabile avversione del capita-lismo contro il movimento sindacale e la sua incessante lotta per disgregarlo e polverizzarlo. L’invito rivolto ai sindacati perché direttamente partecipino al governo può quindi avere un solo significato: I’assorbimento degli attuali dirigenti sindacali nel ceto governativo perché com-piano nella società un uffizio simile a quello che il capo operaio compie nella gerarchia di fabbrica, perché assicu-rino al capitalismo il consenso pacifico della classe ope-raia a un piú intensificato sfruttamento. L’invito non sa-rebbe pertanto che la fase attuale di un fenomeno sem-pre verificatosi nella storia della classe operaia: al fine di disgregare l’organizzazione, il capitalismo non ha mai la-sciato nulla di intentato per corrompere e assumere ai propri servigi gli elementi operai che attraverso l’attività sindacale si sono distinti per capacità e per intelligenza. Impedire che dal seno della massa operaia scaturisca un ceto dirigente autonomo, decapitare periodicamente la classe operaia, ricacciandola nell’indistinto e nel caos, è un aspetto della lotta del capitalismo contro il proleta-riato.

II. Funzione e sviluppo dei sindacati.

4. Il fatto che l’organizzazione sindacale si presenta storicamente come l’antitesi e la negazione della democrazia borghese e del regime parlamentare ha determinato il sorgere di una ideologia, il sindacalismo, fondata su tutta una serie di previsioni sugli sviluppi del sindacato che la realtà storica si è già incaricata di dimostrare as-solutamente arbitrarie e fallaci. Per la sua stessa origine e per i modi del suo sviluppo, l’organizzazione sindacale ha dei limiti che non possono essere superati organicamente, con una espansione automatica del movimento iniziale. Il sindacato nasce e si sviluppa, non per una energia auto-noma, ma come una reazione ai mali che lo sviluppo del sistema capitalistico determina ai danni della classe lavo-ratrice. L’organizzazione sindacale si muove parallelamen-te al moto della organizzazione capitalistica come un ri-flesso di questo moto; accanto al processo di monopoliz-zazione degli strumenti materiali di produzione e di scam-bio si svolge il processo di monopolizzazione della forza-lavoro. Si tratta però di un fenomeno che obiettivamente non si differenzia dal fenomeno capitalista, e la realtà ha dimostrato quanto fosse assurda la previsione che, nella concorrenza, il monopolio della forza-lavoro avrebbe avu-to il sopravvento, e la pura resistenza corporativa avrebbe fatto crollare il potere industriale e quindi il potere poli-tico dei capitalisti. La realtà storica ha dimostrato che se la pura resistenza corporativa può essere, anzi è di fatto, la piú utile piattaforma per l’organizzazione delle piú larghe masse; essa però, a un momento dato, e cioè quando cosí piace al capitalismo, che possiede nello Stato e nella guardia bianca un potentissimo strumento di coercizione industriale, può anche rivelarsi come un fantasma inconsi-stente. L’organizzazione sussiste, il proletariato non perde il suo spirito di classe, ma l’organizzazione e lo spirito di classe non si esprimono piú nel sindacato, che spesso viene disertato, si esprimono invece in una molteplicità di manifestazioni intorno al partito politico che la classe operaia riconosce come il suo partito; la pura resistenza corporativa diventa pura resistenza politica.
Le previsioni di carattere tecnico fatte dai sindacalisti sullo sviluppo del sindacato anch`esse si sono dimostrate arbitrarie e fallaci. I quadri delle organizzazioni sindaca-li avrebbero dovuto dare la prova sperimentale della ca-pacità della classe operaia a gestire direttamente l’appa-recchio di produzione. Lo sviluppo normale dell’organiz-zazione sindacale provocò risultati completamente oppo-sti a quelli previsti dal sindacalismo: gli operai divenuti dirigenti sindacali perdettero completamente la vocazio-ne laboriosa e lo spirito di classe e acquistarono tutti i caratteri del funzionario piccolo-borghese intellettual-mente pigro, moralmente pervertito o facile al perverti-mento. Quanto piú il movimento sindacale si allargò, abbracciando grandi masse, tanto piú dilagò il funzionari-smo: l’impossibilità di convocare frequentemente le as-semblee generali dei soci rese nullo il controllo delle mas-se sui capi; gli operai meglio retribuiti e che avevano altri redditi oltre il salario formarono un sindacato nel sinda-cato, sostenendo i dirigenti nell’opera loro di lento ac-caparramento dell’organizzazione ai fini di una parte po-litica, che poi si rivelò essere nient’altro che la coalizione di tutti i funzionari sindacali stessi; essere organizzati significò per la maggioranza degli operai non già parteci-pare alla vita della propria comunità per esercitare e sviluppare le proprie doti intellettuali e morali, ma solamen-te pagare una quota-imposta per godere libertà formali, simili in tutto alle libertà che il cittadino gode nell’ambi-to dello stato parlamentare.

5. Col formarsi di questa superstruttura burocratica che funziona come partito politico, si chiude un intero pe-riodo storico del movimento sindacale. La classe operaia, che in decine e decine di anni era riuscita a formarsi un ceto dirigente, viene decapitata per il passaggio di questo ceto nel campo della democrazia borghese: l’accentra-mento faticosamente raggiunto di tutte le energie rivolu-zionarie espresse caoticamente dallo sviluppo del capita-lismo, invece di essere uno strumento (e anzi il piú importante strumento della rivoluzione sociale) diventa il fattore decisivo di una intima disgregazione e del piú com-pleto sfacelo della compagine classista. Questo fenomeno non è limitato alla classe operaia; esso si rivela come un fenomeno universale, proprio di tutte le classi oppresse, di tutto il movimento di ribellione popolare contro il re-gime capitalista; esso caratterizza il periodo di organiz-zazione e di sistemazione delle energie rivoluzionarie ele-mentari. Alla burocrazia sindacale, che nasce e si coaliz-za per proprio conto sul terreno del movimento sindacale operaio, corrisponde nel campo dei contadini la nascita e la rapida organizzazione di tutta una molteplicità di partiti e di gruppi politici piccolo-borghesi che hanno dato l’illusione di un rinnovamento dell’istituto parlamentare divenuto terreno di azione politica delle grandi masse e danno l’illusione della possibilità di una evoluzione lega-le e organica dal capitalismo al socialismo. In realtà però a questo sviluppo di gruppi collaborazionisti sul terre-no del movimento rivoluzionario corrisponde un’intensi-ficata attività reazionaria del capitalismo contro le grandi masse: le masse, private della loro organizzazione centra-lizzata, sono ritornate a forme di lotta che parevano supe-rate dalla storia, che parevano proprie delle prime origini del movimento rivoluzionario; questo ridiventa sotterra-neo, ridiventa un pullulare incomposto e caotico di ener-gie non inserite stabilmente in quadri vasti e comprensi-vi, senza una centralizzazione, senza una simultaneità di azione che non siano la centralizzazione e la simultaneità determinata naturalmente dalla centralizzazione e dalla simultaneità dell’azione offensiva del regime capitalista.

III. Il Partito comunista e i sindacati.

6. Il Partito comunista nasce nello stesso momento in cui sorgono dal seno delle grandi masse queste formazio-ni piccolo-borghesi, disgregatrici, agenti secondo gli inte-ressi del regime capitalista; esso si propone di ricostruire la coscienza unitaria e la capacità di azione del movimen-to sindacale inserendo i fini specifici del sindacato pro-fessionale nel quadro delle necessità sociali create dall’at-tuale fase della storia mondiale. L’organizzazione di mas-sa sta al Partito comunista come nello svolgimento stori-co tradizionale lo Stato sta al governo: fine specifico del Partito comunista è infatti quello di promuovere e favorire la nascita di un’organizzazione statale dall’attuale or-ganizzazione di resistenza dei lavoratori e di affermarsi in essa come elemento preponderante di governo. La funzio-ne del partito nel campo sindacale, i rapporti tra partito e sindacato e i rapporti tra il Partito comunista e gli altri partiti che operano nel campo sindacale risultano da que-ste prernesse.

7. I rapporti tra il Partito comunista e il movimento sindacale non possono essere definiti coi concetti tradi-zionali di uguaglianza tra i due organismi o di subordi-nazione dell’uno all’altro, ma solo con la nozione dei rap-porti politici che intercorrono tra un corpo elettorale e il partito politico che ad esso propone una lista di candidati per l’amministrazione. Se la nozione è uguale, la pratica reale è però fondamentalmente diversa.
Il Partito comunista ha una sua rappresentanza permanentemente costituita in seno al sindacato e opera attra-verso di essa, cioè con la massima competenza e la massi-ma responsabilità. Non si tratta dunque di due organismi diversi, si tratta solo, come del resto è sempre avvenuto, di una parte dell’assemblea sindacale che fa delle propo-ste ed espone un programma al resto dell’assemblea stessa, la quale, evidentemente è libera di accettare le propo-ste e il programma o di respingerli. Finora è avvenuto che nel movimento sindacale la dirigenza fosse disputata tra gruppi autonomi o debolmente legati a un partito: è stata questa una delle principali ragioni delle corruzioni e dei tradimenti consumati dalla burocrazia sindacale. Certo non si pretende che i rapporti di stretta organizza-zione e di severo controllo che il Partito comunista instau-ra tra la sua compagine unitaria e i singoli gruppi sinda-calisti comunisti escludano in modo assoluto il verificar-si di episodi di corruzione e di tradimento. Si può affermare però che essi diventeranno sempre piú rari e si può affermare specialmente una cosa: I’impossibilità quasi assoluta che ancora si verifichi un fenomeno come quello del formarsi di una burocrazia sindacale coalizzata che in corpo passa alla borghesia. Questa sicurezza esiste tanto piú in quanto il Partito comunista è a sua volta stretta-mente controllato dall’Internazionale; I’applicazione integrale del programma proposto a un’assemblea sindaca-le dal gruppo comunista interessa dunque non solo l’as-semblea stesa, ma la sezione comunista alla quale appar-tiene quel determinato gruppo, il partito e l’Internazio-nale; gli organizzati che sulla base di quel programma vengono dall’assemblea eletti alle cariche dirigenti sono sottoposti a questo controllo molteplice, che ha indubbia-mente un valore educativo e serve a moralizzare l’ambien-te. Le obiezioni che vengono mosse dai riformisti e dai sindacalisti a questi rapporti che il Partito comunista ten-de a creare tra la sua organizzazione e quella sindacale sono destituite di ogni fondamento.
Il Partito comunista vuole che i suoi membri anche nel sindacato continuino a essere coerenti e disciplinati, vuole che da un comunista divenuto dirigente sindacale riman-ga in ogni circostanza fedele al programma per cui è sta-to eletto. In che cosa ciò arreca danno alle masse orga-nizzate e al movimento sindacale?

8. Questi rapporti assumono praticamente la forma di una rete organizzativa del movimento sindacale nel suo complesso. Ogni fabbrica o azienda, ogni sindacato, per quanto piccolo, ha o dovrebbe avere il suo gruppo comu-nista; l’espansione e la popolarità del Partito comunista sono proporzionate alla diffusione che i gruppi comunisti hanno in questi organismi e al prestigio che vi godono. Nella fabbrica il gruppo comunista svolge la sua attività per la conquista della commissione interna, se esiste, o lotta per farla nascere e riconoscere, se ancora non esiste; inoltre esso prepara in questo ambiente le assemblee sin-dacali, vi discute i metodi e la tattica dei riformisti, dei sindacalisti e degli anarchici, vi fa la propaganda per i consigli e per il controllo sulla produzione, prendendo le mosse non dai principi generali, ma dalle esperienze con-crete della fabbrica stessa che sono comuni a tutta la mae-stranza, e da queste esperienze giungendo alla affermazio-ne dei principi politici e del programma del partito. I gruppi sindacali comunisti si riuniscono localmente e na-zionalmente, formando dei comitati per ogni Camera del Lavoro e per ogni Federazione Nazionale di mestiere d’industria. Essi accettano il principio della disciplina democratica, cioè, se minoranza, si mostrano ossequienti ai deliberati della maggioranza, ma non accettano in nessun caso limitazioni alla propria libertà di propaganda e di critica scritta e orale. Se minoranza essi accettano cariche negli organismi deliberativi direttamente eletti dalle masse organizzate, non negli organismi esecutivi, eletti in se-condo grado, e nei quali non potrebbero entrare che per una benigna concessione o per un compromesso. Il com-plesso dei comitati sindacali è regolato a ricevere le sue parole d’ordine dal Comitato centrale sindacale.
La rete dei gruppi e dei comitati sindacali deve essere considerata non come una istituzione provvisoria, rivolta unicamente alla conquista delle centrali del movimento sindacale, ma come un’istituzione permanente che avrà i suoi compiti e svolgerà una sua attività anche dopo l’av-vento della dittatura proletaria.

IV. Il problema dell’unità sindacale in Italia.

9. Il problema fondamentale che si pone al Partito co-munista è quello dell’unificazione dell’azione delle gran-di masse. Questo problema è in Italia reso piú difficile che in molti altri paesi dall’esistenza di una molteplicità di centrali sindacali. Il problema si presenta però, in un primo tempo, come quello dell’unificazione organizzativa del movimento sindacale operaio.
Nell’attuale situazione creata alla classe operaia e con-tadina dall’offensiva industriale contro gli orari e i sala-ri e dall’offensiva militare della guardia bianca, I’unità organizzativa del proletariato, essendo la condizione preli-minare per un’azione simultanea d’insieme, rappresenta il solo strumento ancora capace di essere adoperato con successo nel campo della resistenza corporativa.
Nel 1919, per il prevalere assoluto del Partito sociali-sta come guida delle lotte rivoluzionarie di massa, sareb-be bastata una lieve pressione per raggiungere l’unità or-ganizzativa. Il successivo crollo delle speranze rivoluzio-narie e il coalizzarsi fortemente della burocrazia sinda-cale hanno moltiplicato i tossici dissolventi della compagine proletaria. Ma se il problema è difficile, non perciò deve essere mai trascurato dal Partito comunista, il qua-le, proponendosi di trasferire nell’interno di una sola grande organizzazione le discussioni tra le varie tendenze politiche proletarie e cercando di convertire in lotta per la conquista della dirigenza di questa sola grande orga-nizzazione l’attuale lotta per disgregarsi a vicenda che conducono in Italia le diverse centrali, si propone di crea-re la condizione prima per la nascita dello Stato operaio.
La lotta per la difesa di un determinato tenore di vita è il terreno piú utile per l’unità organizzativa del prole-tariato industriale. La lotta contro la guardia bianca per la liberazione delle regioni martirizzate dal terrore fascista, è il terreno piú utile per restaurare l’unità di interessi e di sentimenti tra operai e contadini, che si era costituita nel 1919 e che è stata violentemente distrutta dalla reazione, appunto perché una delle essenziali condizioni della rivoluzione proletaria.

10. La Confederazione generale del lavoro è, per il Partito comunista, la base per l’unità organizzativa della classe operaia italiana. Per il suo stesso carattere attuale di organizzazione diretta in maggioranza dai riformisti, Ia Confederazione dimostra di aderire piú strettamente alle esigenze elementari della classe oppressa: le altre organizzazioni (se si eccettua il Sindacato ferrovieri), quan-tunque i loro leaders piú chiassosamente insistano nelle affermazioni di carattere sindacalista e autonomista, ef-fettivamente si avvicinano piú alla natura del partito po-litico che del sindacato professionale. Per far parte della Confederazione si domanda di dichiararsi fautori della lotte di classe, cioè di possedere unicamente i primi ele-menti della coscienza di classe; per far parte delle altre organizzazioni sindacali si domanda implicitamente l’ac-cettazione di un determinato metodo che in ultima analisi si identifica in determinate persone. Ma la differenziazio-ne dei metodi, nel campo sindacale, può avvenire solo in conseguenza delle esperienze reali che nascono dalla lotta e in quanto nell’interno dei sindacati esistono avanguardie piú coscienti che quei determinati metodi propugnano in vista di fini piú generali e positivi che non siano quelli puramente corporativi. Appunto per questa ragione, alla scissione socialista del Congresso di Livorno non è segui-ta una scissione nella Confederazione. I comunisti hanno voluto segnare un punto di arresto nel tradizionale pro-cesso di formazione del movimento sindacale italiano per il quale ogni corrente ideologica proletaria si costituiva una propria organizzazione sindacale. I comunisti hanno preferito portare nell’interno dell’organizzazione la con-correnza e la polemica dei metodi e dei programmi, per-suasi che per la stessa instabilità delle situazioni storiche coi loro improvvisi alti e bassi, fosse necessario fondare la continuità della organizzazione sul minimo corporativo, della semplice resistenza. Tutti gli oppositori dei metodi riformisti, in quanto da questi stessi metodi, non come programma universale, ma come compromesso tattico con la realtà storica contingente e con gli strati piú arretrati della massa, non possono prescindere volta per volta, do-vrebbero entrare nella Confederazione per equilibrare in un primo momento e battere in breccia successivamente la burocrazia sindacale. Esistono in Italia, oltre all’Unio-ne sindacale, moltissime altre organizzazioni sindacaliste, anarchiche, repubblicane, locali, regionali, con la tenden-za a diventare nazionali, che si esauriscono in ristrette at-tività e che potrebbero invece piú utilmente contribuire allo sviluppo unitario del proletariato italiano entrando nella Confederazione.

11. L’attività dei comunisti per l’unità di organizza-zione sindacale del proletariato italiano, iniziatasi con l’appello lanciato a tutte le organizzazioni subito dopo la costituzione del Partito comunista, deve svolgersi ugual-mente dall’interno e dall’esterno, con formazioni di grup-pi o con la propaganda incessante, anche nelle altre orga-nizzazioni parziali o autonome localmente. Recenti episo-di hanno dimostrato che anche larghi strati delle organiz-zazioni bianche potrebbero essere direttamente sottratti al controllo del Partito popolare e incorporate nella Con-federazione; i rapporti creatisi in Italia tra l’autorità pontificia e l’organizzazione di massa dei cattolici porta necessariamente a un indebolimento dei legami gerarchici religiosi e alla fuoruscita di sempre piú numerosi nuclei di lavoratori dalla zona d’influenza dell’autorità ecclesiastica.
Notevoli mutamenti sono avvenuti nella psicologia delle masse cattoliche e si avvicina il momento di un loro ingresso nel campo della lotta di classe dichiarata e aperta.
Recentemente sono stati compiuti dall’Internazionale dei sindacati rossi di Mosca passi per la unificazione dei tre principali organismi sindacali italiani: la Confedera-zione, l’Unione sindacale, il Sindacato ferrovieri.
Il Partito comunista ha vivamente assecondati questi passi, interrotti in seguito al contegno piú o meno ostru-zionistico dei dirigenti dei detti organismi, e si augura che la Internazionale sindacale rossa riprenda la sua ini-ziativa.
Il Partito comunista dimostra di essere il vero e piú sincero fautore dell’unità sindacale, in quanto elimina dal canto suo ogni difficoltà, riserva e condizione sul proce-dimento e sui risultati dell’unificazione. Esso non doman-da di essere rappresentato nelle trattative, non si pronun-cia sul procedimento di queste, per facilitare che si tro-vi una via accettabile da tutti i sindacati interessati (sia essa quella del congresso costituente unico, dei tre con-gressi contemporanei nella stessa città, o di una confe-renza tra delegazioni delle tre organizzazioni). Il partito impegna i suoi aderenti a rispettare i pronunziati della maggioranza del nuovo organismo sindacale unico, sia che essi riconoscano un’alleanza con altro partito o che esclu-dano ogni rapporto con partiti politici, sia che contengo-no l’adesione ad Amsterdam, sia che respingano la tattica di lotta anticapitalistica sostenuta dal Partito comunista attualmente.
Il partito comunista non vuole conseguire questi risul-tati come piattaforma delle trattative di unificazione, ma si riserva e si tiene sicuro di raggiungerli con la sua aper-ta e indipendente azione nel seno del nuovo organismo sindacale unificato con l’impiego dei suoi metodi di orga-nizzazione dei gruppi sindacali comunisti e della loro rete di collegamenti.

V. I rapporti internazionali dei sindacati italiani.

12. A1 problema dell’unità organizzativa del pro]eta-riato è strettamente legato il problema dell’adesionc al-l’Internazionale dei sindacati rossi e del distacco dal sc-gretariato di Amsterdam. La classe operaia è favorevole genericamente al distacco da Amsterdam e all’adesione a Mosca. Le ragioni contro questo indirizzo portate dai ri-formisti e dai sindacalisti non fanno presa sulle masse, che sono impotenti a imporre la loro volontà per le stesse ragioni per cui sono impotenti a imporla in tutti gli altri campi dell’attività sindacale. Di questa volontà, genericamente diffusa, è una prova il fatto stesso che la burocrazia sindacale afferma continuamente di essere anch’essa favorevole a Mosca e di rimanere aderente ad Amsterdam solo per una serie di ragioni contingenti e… per far ade-rire tutta l’Internazionale di Amsterdam all’organizzazio-ne di Mosca.

13. Tra le ragioni pratiche che .piú volentieri e spesso i funzionari riformisti accampano è quella della tutela dei lavoratori italiani che emigrano all’estero nei paesi dove il movimento aderisce ancora ad Amsterdam. Questa ra-gione è completamente infondata. Uno degli aspetti piú caratteristici dell’attuale crisi del regime capitalista è ap-punto questo: la sua simultaneità in tutti i paesi del mondo.
Nei periodi precedenti all’attuale, di sviluppo e di con-solidamento del capitalismo, le crisi economiche erano li-mitate nel tempo e nello spazio; non si era neppure mai verificato nell’ambito di una stessa nazione contempora-neamente una crisi di tutte le industrie. Allora le correnti emigratorie rappresentavano un fenomeno di salute del regime capitalistico, poiché permettevano l’impiego a basso prezzo dei lavoratori di un paese in crisi nell’industria di un altro paese che non poteva svilupparsi per le sue deficienze demografiche, e la messa in valore di ricchezze ancora inesplorate, senza troppi rischi per i capitali che a questa messa in valore venivano dedicati.
Oggi la crisi è simultanea in tutti i paesi dell’Europa dovunque infierisce la disoccupazione e la mano d’opera si offre a prezzi bassissimi. Le correnti emigratorie sono completamente o quasi interrotte. Cosa significa in que-sto caso la tutela dell’emigrazione? Da questa situazione anzi dovrebbe scaturire la volontà precisa di affrettare l’avvento della rivoluzione mondiale e di un governo in-ternazionale proletario, che attuando un piano unificato di distribuzione delle materie prime e delle forze produt-tive rimedi nel limite del possibile alla dispersione ed alla svalorizzazione delle forze produttive, provocate dal crol-lo del sistema capitalistico e dalla disoccupazione che di questo crollo è la diretta conseguenza. Le ragioni addotte dai riformisti per mantenere l’adesione ad Amsterdam so-no pertanto quelle che dovrebbero invece determinare l’adesione all’Internazionale dei sindacati rossi, la quale ap-punto organizza le grandi masse per condurre sul terre-no della rivoluzione mondiale e della restaurazione di un potere industriale che abbracci e riordini i mezzi di pro-duzione e le forze di lavoro di tutti i paesi del mondo. Se anche in qualche circostanza o per qualche industria, co-me per esempio quella edile, sussiste la necessità di una tutela dell’emigrazione, questa potrà essere ottenuta an-che senza l’adesione ad Amsterdam. I sindacati dei paesi, dove si dirige l’immigrazione italiana hanno essi per i primi tutto l’interesse a che l’impiego della mano d’opera italiana sia regolato in modo da non peggiorare la situa-zione dei loro organizzati. I problemi che nascono da que-sto ordine di fatti possono benissimo essere risolti con de-gli accordi intersindacali, anche se i rispettivi sindacati appartengono a diverse organizzazioni internazionali.

14. Le ragioni avanzate dai sindacalisti contro l’adesio-ne a Mosca sono simili a quelle che essi avanzano contro l’attività organizzata che il Partito comunista svolge nel movimento sindacale. L’Internazionale comunista sta infatti all’Internaziona-le dei sindacati rossi negli stessi rapporti in cui il Partito comunista si trova nei confronti dell’organizzazione sindacale nazionale. È strano ad ogni modo che i dirigenti dell’Unione sindacale, i quali avevano fatto aderire la loro organizzazione all’Internazionale comunista, cioè al-l’Internazionale dei partiti politici, rifiutino oggi di ade-rire all’Internazionale politica. Si tratta evidentemente in questo caso non di autonomia sindacale, ma di autonomia del cervello di qualche uomo da ogni ragionevolezza e da ogni norma di onesto pensiero.

VI. La lotta contro l’offensiva borghese in Italia.

15. L’offensiva padronale che si è scatenata in Italia verso la fine del 1920 colla denunzia dei concordati e col-le violenze fasciste e la conferma della previsione comu-nista che quando l’azione del proletariato minaccia col suo sviluppo le basi del privilegio della classe dominante, questa intraprende senza esitazione la difesa ad ogni co-sto della propria esistenza, del proprio dominio. S’inizia in tal modo un periodo di inevitabile guerra civile, nella i quale ha il sopravvento la classe che meglio e piú rapida-mente riesce a rendersi conto della reale situazione ed appresta quindi i mezzi adeguati a superarla. Gli avveni-menti svoltisi in Italia dopo il settembre 1920 non hanno nulla d’inatteso o di eccezionale: essi sono stati preparati da tutto il periodo precedente, sicché non gli eventi han-no tradito le masse, ma piuttosto queste, e per esse il partito politico, son mancate agli eventi. Conquistate le otto ore di lavoro, portati i salari al limite necessario per dare alla classe lavoratrice un tenore di vita piú umano; creato nell’officina uno stato di forza degli operai nei con-fronti coll’industriale, nelle campagne realizzata una limi-tazione sempre maggiore del potere arbitrario del padro-ne, l’enorme macchina dell’organizzazione sindacale, co-stretta a muoversi anche per l’inerzia della sua stessa mo-le, doveva fatalmente intaccare alcuni elementi del privi-legio padronale, scrollare le stesse basi del diritto di proprietà.
“Dal terreno della resistenza a quello della conqui-sta”: era la formula ripetuta da tutti e diventata quasi un luogo comune, senza che la grande maggioranza, sen-za che soprattutto il partito politico della classe lavora-trice, nella sua quasi totalità, si fossero resi conto che tale spostamento non poteva avvenire senza che la bor-ghesia mutasse essa pure radicalmente i metodi di lotta, senza che essa seguisse il proletariato nella nuova fase dell’azione e anzi, piú omogenea e piú consapevole, da un certo senso lo prevenisse e giungesse a muoversi libe-ramente e sicuramente sul nuovo terreno. Alla lotta violenta e senza quartiere la borghesia non aveva bisogno di apprestare mezzi interamente nuovi o di creare dal niente un apparato di difesa; essa aveva a sua disposizione il potere dello Stato, colla sua forza armata, con tutte le for-me del potere esecutivo (esercito, polizia, magistratura). L’organizzarsi. delle bande bianche non ha rappresentato che una divisione del lavoro tra i diversi gruppi della borghesia; ha risposto alle esigenze di creare dei corpi di truppa leggera, facilmente spostabile, accanto alle formazioni “ufficiali> piú pesanti, corpi però di un unico esercito, moventesi con un unico intento e secondo un piano comune.

16. Industriali ed agrari hanno denunziato i concordati e mosso le squadre fasciste d’azione contro gli operai e i contadini senza indugiarsi attorno a questa o quella conquista operaia in modo particolare. Benché le questioni del ribasso dei salari nell’industria, dell’aumento oltre le otto ore di lavoro nell’agricoltura siano state dibattute con altre questioni, esse non sono state prese a base di un’azione metodica limitatamente ad esse da parte dei padroni. Costoro hanno ben capito che le singole conquiste erano senza importanza notevole considerate separatamente; che non era il caso di muovere la lotta su questo o quel punto del contratto di lavoro, ma che bisognava mirare all’organizzazione stessa, alla capacità combattiva, allo spirito di lotta della classe lavoratrice. Una volta distrutta o resa impotente l’organizzazione, tutti i punti del fronte sindacale non avrebbero piú offerto nessuna seria resistenza. Un solo punto richiamò l’attenzione particolare degli industriali, quello della formazione dei Consigli di fabbrica, e l’azione dell’aprile 1920 ebbe a Torino da parte degli industriali il preciso obiettivo d’impedire il consolidarsi del “potere” operaio nell’interno delle fabbriche. Ciò appunto perché in tal problema non era in gioco l’una o l’altra rivendicazione sindacale, ma il formarsi di una posizione di “forza” degli operai nelle fabbriche da cui scaturivano le piú gravi conseguenze per la tranquillità del dominio padronale.
In genere la borghesia si propose di gettare lo scoramento nella classe lavoratrice, di evitare che essa potesse galvanizzare la sua volontà di resistenza attorno a una pa-rola d’ordine precisa e comune, di separare gruppi e categorie, di isolare i combattenti, d’impedire il funziona-mento dell’organizzazione come mobilitazione permanen-te di tutte le forze proletarie. Fu quindi evitata una lotta generale su una questione interessante tutte le categorie; furono invece denunziati separatamente e successivamen-te i concordati delle singole categorie, senza dimostrare una gran fretta di discutere, ostentando anzi una certa in-differenza di fronte alle pressioni delle organizzazioni operaie per prendere contatto e misurarsi.
La crisi economica che si abbatteva in Italia, sia per le conseguenze dirette della guerra che come ripercussione della crisi dei paesi capitalistici maggiori, mentre aveva in casi determinati gravi conseguenze per molte industrie, rafforzava la posizione degli industriali nei confronti de-gli operai. Gli industriali hanno saputo agire in modo che gli effetti della crisi agissero come elemento dissolvitore della classe operaia, nelle sue condizioni di unità spiri-tuale e materiale. Gli operai si trovarono sospesa sul capo la condanna capitale della fame spietata, l’agonia de-moralizzante, sfibrante dell’incertezza totale dell’avvenire e la certa desolazione del presente; ciò mentre l’industria-le poteva conservare intera la sua libertà di movimento e poteva adoperarsi per accaparrare posizioni piú sicure e svincolarsi cosí dal passivo delle lotte recenti, chiusesi con risultati per lui disastrosi.

17. L’attitudine dei comunisti in ordine al problema della lotta contro l’offensiva padronale fu impostata sulla lettera che il Comitato sindacale comunista diresse nell’agosto 1921 a tutti i grandi organismi sindacali italiani per proclamare la necessità di un’azione generale di riscossa e di difesa proletaria.
Appunto perché industriali ed agrari venivano a scom-paginare l’intero sistema difensivo dei sindacati, annulla-re le possibilità materiali del loro funzionamento, perché ciò li metteva in grado di dettare agli operai e ai conta-dini qualsiasi patto, bisognava reagire energicamente con-tro il polverizzamento dell’azione, contro il panico che distacca i singoli gruppi gli uni dagli altri e li rende faci-le preda del padrone che si muove perfettamente al si-curo.
Per costituire il “fronte unico” dei lavoratori i comu-nisti non credono che sia sufficiente l’appello ai sentimen-ti di solidarietà di classe, né un’azione generica di pro-paganda che tende a far presente ai lavoratori interessati i pericoli che li minacciano. Ciò, benché necessario, reste-rebbe senza efficacia se in relazione alla concezione mar-xista della lotta di classe, non si partisse da stimoli con-creti, da interessi immediati atti a muovere un’azione di massa, a raccogliere tutti i lavoratori sul terreno spontaneo della loro diretta e quasi materiale opposizione al padronato.
L’appello del Comitato sindacale comunista formulava perciò una serie di rivendicazioni, che la mozione soste-nuta poi dai comunisti al Consiglio nazionale della Con-federazione generale del lavoro a Verona precisava e pre-sentava come il programma atto a dare una base concre-ta all’unità proletaria. Come questo programma di riven-dicazione si ricolleghi e alla valutazione comunista della crisi economica, e alla impostazione di una grande batta-glia rivoluzionaria delle masse, è prospettato dal testo della mozione.

18. La proposta comunista battuta a Verona non ha potuto realizzare la sola condizione di successo che la clas-se lavoratrice avesse ed abbia davanti a sé. Ciò natural-mente non ha eliminato l’attività sindacale, perché le sin-gole categorie e le loro organizzazioni tentano, là dove è possibile, di difendersi e di non lasciarsi schiacciare. I comunisti che fanno parte dei sindacati hanno il preciso dovere di prendere parte attiva anche alle azioni di ca-rattere particolare, e anche là dove essi hanno la direzio-ne dell’organizzazione non possono spesso evitare di ac-cettare la lotta e in certi casi anche di imporla, pur essen-do certi dei limiti che sono posti alla loro azione dalla mancata realizzazione del “fronte unico”. In questi ca-si il loro dovere è, semplicemente, quello di prodigarsi perché anche i movimenti particolari si concludano col miglior risultato possibile, avendo sempre cura, senza con ciò esimersi dall’impegnarsi pure seriamente nella lotta, di illustrare la necessità che un’azione di carattere gene-rale restituisca alle organizzazioni le condizioni fonda-mentali del loro funzionamento.

VII. Postulati immediati di azione sindacale del Partito comunista d’Italia.

19. In ordine a quanto è sopra detto per i tre proble-mi fondamentali: unificazione dei sindacati italiani, rap-porti internazionali, azione proletaria contro l’offensiva padronale, ecco quali sono i capisaldi dell’attitudine dei comunisti nei piú importanti organismi sindacali del pro-letariato italiano.
Nella Confederazione del lavoro la minoranza sinda-cale comunista sostiene: l’adesione all’Internazionale dei sindacati rossi di Mosca, in seguito all’esame dei proble-mi da parte di un regolare congresso nazionale, rifiutan-do di riconoscere il deliberato in senso opposto preso dal Consiglio nazionale a Verona; la collaborazione coi pae-si dell’Internazionale sindacale rossa per l’unificazione con la Confederazione dell’Unione sindacale e del Sinda-cato ferrovieri; l’accettazione della proposta per il fronte unico proletario contro l’offensiva borghese.
Nel Sindacato ferrovieri la minoranza comunista che fa capo al comitato comunista ferroviario e condusse la lotta nell’ultimo congresso nazionale, propone: adesione a Mosca attraverso la consultazione del congresso nazio-nale deliberato dal congresso precedente, sostenendo ille-gale la decisione del consiglio generale contro la convoca-zione del congresso e per l’autonomia internazionale; uni-ficazione con la Confederazione del lavoro e gli altri orga-nismi proletari sulla base dell’iniziativa della Internazio-nale sindacale rossa; adesione al fronte unico contro l’of-fensiva padronale.
Nell’Unione sindacale non vi è una minoranza comuni-sta organizzata e il Partito comunista si considera in una posizione di attesa fino al prossimo congresso dell’Unione sindacale italiana, pure affermando i due concetti di mas-sima: che non vi è incompatibilità per i comunisti a mi-litare in qualche organismo sindacale che anche limita-tamente a tale località e categorie accolga notevole parte di lavoratori e che ovunque devono sorgere gruppi comu-nisti sindacali colla loro rete di collegamenti. L’azione dei comunisti nella Unione sindacale dipenderà dalla de-cisione del congresso sull’adesione a Mosca e sulla quiestione dell’unità sindacale in Italia e sarà coordinata a quella dell’Unione sindacale. Fino ad oggi, il Partito co-munista ha invitato i suoi militanti ad astenersi dall’ado-perarsi nel senso del passaggio di date organizzazioni del-l’Unione sindacale alla Confederazione frammentariamen-te, attitudine che potrà essere modificata se l’Unione sin-dacale si distaccherà da Mosca. Dinanzi ad un’Unione sin-dacale aderente a Mosca il Partito comunista italiano agi-rebbe invece nel senso di esigere dalla Internazionale dei sindacati rossi che si effettui l’unificazione colla Confede-razione generale del lavoro ed in ogni caso appoggerebbe questa campagna nel seno dell’Unione sindacale con una piú diretta azione di propaganda e di organizzazione di una minoranza favorevole alle direttive sindacali comuni-ste che tendesse a condurre tutta l’Unione sindacale su tale terreno.

VIII. Il problema della struttura sindacale.

20. Per mantenere e perpetuare le sue posizioni di predominio la burocrazia sindacale incessantemente cerca di modificare la struttura confederale in modo da rendere sempre piú debole il controllo della massa organizzata sugli uffici dirigenti. I comunisti, in quanto credono che un’organizzazione operaia sia tanto piú vigorosa e abbia tanto piú capacità di sviluppo rivoluzionario quanto piú le grandi masse partecipano all’amministrazione e al go-verno, vogliono invece che la struttura confederale sia semplificata e che essa si avvicini alla vita locale intensa della classe operaia; per i comunisti il potere della buro-crazia sindacale deve essere ridotto al minimo e invece deve essere massimamente valorizzata la volontà imme-diata delle masse. La questione dell’unità organizzativa della classe operaia italiana è strettamente legata a questo problema di una maggiore democrazia nell’organizzazio-ne; quanto piú i comunisti lotteranno in questo senso, tanto piú essi faciliteranno l’avvento dell’unità, e avranno una rispondenza nelle masse sindacaliste che oggi sono fuori della Confederazione.

21. La struttura della Confederazione generale del la-voro deve corrispondere in modo adeguato alle esigenze dell’azione e anche ai precedenti storici che sono parte ancora viva della tradizione sindacale italiana. Tale corri-spondenza tra struttura e necessità dell’azione manca completamente sia al vecchio schema confederale che al-le nuove proposte di modifiche statutarie ventilate a Li-vorno e poi passate quasi alla chetichella in un convegno successivo. Per difendersi dagli appunti di mancato interessamento a determinate vertenze, la Confederazione ha affermato che fra i suoi scopi: “non vi è e non vi può essere anche quello di assumere le responsabilità dei mo-vimenti iniziati dagli organismi ad essa aderenti. Essa do-vrebbe intervenire soltanto nei movimenti piú gravi e semplicemente come collaboratrice e non come responsa-bile”. (Relazione al Congresso di Livorno sulle modifi-che statutarie, p. 7).
Circa la struttura invece si afferma che “la Confede-razione non può seguire tutti i movimenti locali senza avere localmente organi propri. Bisogna tendere alla crea-zione di questi”, e ciò “trasformando le Camere del la-voro in sezioni della Confederazione”, in “succursali confederali dipendenti daIla centrale” (p. 3).
C’è qui contraddizione evidente tra l’accentramento burocratico della struttura e la riconosciuta necessità del decentramento dell’azione, e i comunisti si devono op-porre con tutte le forze loro a che le capacità di lotta degli organi locali siano recise alle radici da un accentra-mento, ripetiamo, di tipo burocratico. Le Camere del la-voro devono conservare integre le proprie attuali funzio-ni e la relativa autonomia necessaria a far fronte alle esi-genze della lotta locale. Il problema di armonizzare la necessaria autonomia col collegamento e colla disciplina ugualmente necessaria non si risolve con un combinamen-to di ordine burocratico, ma col proporsi un programma comprendente punti di interesse immediato e generale per la classe lavoratrice che ispiri in modo uniforme l’azio-ne in tutti i centri proletari.

IX. Il problema del controllo operaio.

22. L’attività specifica del movimento sindacale si at-tua nel campo della produzione colla conquista dell’auto-nomia industriale da parte dei lavoratori. Nella fabbrica si verifica oggi questa divisione gerarchica delle classi: al-la base sta la classe operaia, la quale ha un compito pura-mente esecutivo; in alto sta la classe capitalistica, la qua-le organizza la produzione secondo dei piani nazionali ed internazionali che corrispondono ai suoi interessi piú ri-stretti; in mezzo sta la classe piccolo-borghese dei tecnici e degli specialisti, i quali trasmettono alla classe lavora-trice gli ordini di produzione che sono dipendenti dai pia-ni generali e controllano anche se i lavoratori eseguono con precisione e al minimo prezzo di costo. I rapporti di organizzazione di questa gerarchia industriale sono fonda-ti sul terrore.
Attuare la propria autonomia significa per la classe ope-raia rovesciare questa scala gerarchica, eliminare dal cam-po industriale la figura del proprietario capitalistico, e produrre secondo piani di lavoro che siano stabiliti non dall’organizzazione monopolistica della proprietà privata, ma da un potere industriale mondiale della classe operaia.
Per raggiungere l’autonomia nel campo industriale la classe operaia deve superare i limiti dell’organizzazione sindacale e creare un tipo nuovo di organizzazione a base rappresentativa e non piú burocratica che abbracci tutta la classe operaia, anche quella che non aderisce all’orga-nizzazione sindacale. Il sistema dei Consigli di fabbrica è l’espressione storica concreta dell’aspirazione del proletariato alla propria autonomia. La lotta in questo campo si verifica secondo alcune fasi che logicamente, anche se non sempre cronologicamente, si susseguono: a) lotta per l’organizzazione e per il funzionamento dei Consigli; b) lotta per l`organizzazione centralizzata dei Consigli di un determinato ramo industriale e di tutte le industrie fra di loro; c) lotta per il controllo nazionale dell’intera attività produttiva. Nel primo momento la lotta si verifica fabbrica per fabbrica per fini immediati, facilmente comprensibili all’intera maestranza, cioè controllo sugli orari e sui salari stabiliti dai concordati in un modo piú rigido e sistematico di quanto non possa fare il sindacato, con-trollo della disciplina di fabbrica e degli agenti che ìl capitalismo propone alla disciplina stessa, controllo sul-l’assunzione e licenziamenti della mano d’opera. Nel se-condo momento si entra nel vero e proprio campo del controllo sulla produzione, la quale tende a regolare la distribuzione delle materie prime disponibili fra le fab-briche di uno stesso ramo industriale e tende a sopprimere le aziende parassitarie salvaguardando gl’interessi vitali della classe operaia.
Nella terza fase la classe operaia chiama alla lotta anche le altre classi sfruttate della popolazione dimostrando pra-ticamente di essere l’unica forza sociale capace di infre-nare i malefici che il capitalismo determina nel periodo del suo sfacelo. La prima fase di questa lotta si è già veri-ficata in tutti i paesi capitalistici e ha lasciato un residuo stabile nel riconoscimento da parte degli industriali dei piccoli comitati di fabbrica o commissioni interne che in-tegrano l’azione sindacale. Le condizioni per l’affermazio-ne dell’attività indicata nel terzo punto si sono verificate recentemente in Italia per il crollo della Banca di sconto e continueranno a verificarsi per la precaria condizione di tutti gli altri istituti di credito industriale.
Praticamente la classe operaia può dimostrare alla maggioranza della popolazione che viene colpita dallo sfacelo delle banche come l’attuale situazione di irresponsabilità del capitale possa essere sanata solo dal controllo sulle aziende industriali nelle quali le banche investono i ri-sparmi loro affidati dai lavoratori. Il Partito comunista deve attraverso i suoi gruppi di azienda incessantemente svolgere un’opera rivolta a sviluppare dalle commissioni interne i consigli di fabbrica e a sistemare i consigli in una rete che sia come il rilievo dell’attività industriale capitalistica.

23. Al programma del controllo operaio i riformisti contrappongono un fantasma di controllo che si dovrebbe piú esattamente chiamare un’inchiesta permanente sulla industria condotta da commissioni paritetiche di funzio-nari sindacali e di rappresentanti della classe capitalistica. All’organizzazione dei Consigli di fabbrica che diventano la base dei sindacati e delle federazioni di industrie e uni-ficano le varie categorie di produttori (operai, manovali, tecnici ed impiegati), i riformisti contrappongono sinda-cati e federazioni che essi chiamano d’industria, ma che sono il semplice risultato di un amalgama dei vari uffici dei sindacati di queste varie categorie.
La lotta per il controllo rappresenta per i comunisti il terreno specifico in cui la classe operaia s’impone a capo delle altre classi oppresse della popolazione e riesce a ot-tenerne il consenso per la propria dittatura. Lottando per il controllo la classe operaia lotta per arginare lo sfacelo dell’apparecchio industriale capitalistico; cioè per assicu-rare la soddisfazione delle esigenze elementari delle gran-di masse e quindi le condizioni di vita della civiltà.
Sulla base del controllo il Partito comunista stabilisce i primi elementi reali del suo programma economico di governo, i cui punti principali sono:
a) riorganizzazione delle forze produttive umane, le quali sono il primo e piú importante strumento di produizone;
b) l’autonomia industriale dei produttori che deve avere il fine immediato di far cessare gli scioperi e le agi-tazioni che oggi impediscono iI rendimento normale delle aziende;
c) impedire lo sperpero delle capacità tecniche pro-fessionali determinate dalla disoccupazione;
d) sostituzione del materiale invecchiato e logoro del-l’apparecchio industriale borghese e introduzione dei piú moderni metodi di lavorazione che oggi trovano ostile la classe operaia, in quanto sono specialmente rivolti a spo-gliarla delle sue capacità professionali.
Il Partito comunista non si spaventa delle conseguenze di disordine e di distruzioni che l’attuazione del controllo e della dittatura proletaria nel campo industriale necessa-riamente porta con sé.
Queste conseguenze piú che dal controllo sono dipen-denti dal processo di sfacelo che subisce la società per la disgregazione del regime capitalistico. La disciplina fer-rea e lo spirito di sacrificio che il partito domanda ai pro-pri militanti sono anche e specialmente legati alla neces-sità di infrenare questo sfacelo e questo disordine. Il partito è destinato così a rappresentare anche nel campo della produzione dei beni materiali e della lotta contro il ma-rasma degli industriali quello stesso ufficio di avanguardia che svolge nel campo dell’azione di masse e della lotta armata.

X. Il problema della disoccupazione

24. Il problema della disoccupazione è quello che mag-giormente deve richiamare l’attenzione dei comunisti che militano nell’organizzazione. Il fenomeno della disoccupazione è l’espressione tipica della schiavitú proletaria in regime capitalistico; esso si manifesta in modo violento col sorgere del regime, coll’applicazione del processo lavorativo meccanico, ne ac-compagna come un male cronico lo sviluppo e scoppia con la fatalità di un contagio irreparabile nella crisi di dissoluzione finale. I caratteri della disoccupazione attuale sono cosí strettamente connessi alla crisi dell’economia mondiale devastata, che è naturale stabilire questa verità: il problema concreto piú importante che si presenti come campo d’azione dei sindacati è nello stesso tempo il pro-blema di tutta l’economia mondiale, il problema le cui due soluzioni sono: dittatura borghese o rivoluzione pro-letaria. Poiché l’economia borghese non trova né può tro-vare la possibilità di un equilibrio, le oscillazioni nei qua-dri della produzione da essa diretta continueranno all’in-finito, e a ognuna di esse corrisponderà uno spostamento nei quadri della mano d’opera, e cioè un nuovo fluire di disoccupati.
Affermare quindi la necessità che i sindacati impieghi-no tutte le loro forze per la preparazione rivoluzionaria non è escogitare un surrogato di carattere “politico” (nel senso alquanto dispregiativo con cui tale parola è usata da molti funzionari sindacali) alla mancata soluzione tecnica del problema della disoccupazione; è riconoscere che non esiste una soluzione tecnica nel senso stretto della pa-rola, oppure la soluzione “tecnica” è tale che, per inve-stire tutto il piano dell’organizzazione economica mondia-le, ha portata e realtà veramente politica, si identifica cioè colla rivoluzione. È necessario affermare con insistenza, instancabilmente, che il problema della disoccupazione, problema “tipico”, ripetiamo, della classe operaia di questa “fine di regno”, non ha soluzione possibile che nell’Internazionale dei lavoratori. Ciò è elemento essen-ziale della “concretezza” con cui il problema va consi-derato; non v’è azione possibile che non parta da tale considerazione, che non deve rimanere dietro le quinte dell’azione o come una cornice decorativa, come un alibi da tirar fuori per giustificare ogni tanto gli scacchi par-ziali; essa si riduce a un banale luogo comune, accettato anche dai socialdemocratici e magari dai “ricostruttori”, che non ispira veramente l’azione concreta quotidiana sospendendola verso il suo sbocco logico e a un tempo po-nendone criticamente i limiti.

25. Il fenomeno della disoccupazione è talmente con-nesso alla crisi del regime capitalistico che ha sconvolto in modo, oggi forse irreparabile, le basi stesse dei sinda-cati, sorti in seno a quel regime e sviluppati in funzione di esso. Quando l’impiego della mano d’opera diventa in-stabile come nell’attuale periodo, e questi margini d’insta-bilità si agitano intorno a una imponente massa che ha perduto definitivamente ogni possibilità di tornare ad un qualsiasi lavoro, il sindacato perde la sua funzione carat-teristica, la sua ragion d’essere tradizionale ed è colpito a morte, se non riconosce immediatamente la situazione che gli viene creata e non si sposta verso le nuove posizioni. Oggi il sindacato è in grado di offrire ai suoi aderenti ben scarsi vantaggi immediati; la sua funzione è utilissima nel-la misura in cui riesce a non lasciar sbandare le masse, a raccoglierle su un terreno possibile di lotta, e dar loro la sensazione della possibilità di uno sbocco alla terribile si-tuazione che vien loro fatta. Tutta l’azione di assistenza minuta a tipo contrattuale è utile, va continuata, ma evi-dentemente non offre piú ai sindacati una base sufficiente, non diciamo di sviluppo, ma di semplice conservazione. La prova piú evidente è data dal fatto che le organizza-zioni sindacali guidate dai riformisti vedono (lo conferma l’ordine del giorno Dugoni votato dall’ultimo Consiglio direttivo della Confederazione generale del lavoro) come unico campo d’azione il Parlamento e le combinazioni mi-nisteriali. Ciò perché sul terreno contrattuale i sindacati perdono ogni giorno piú terreno: perché gli operai non si sentono piú tutelati nella loro stessa esistenza, e tutte le questioni di orari, di salari, di regolamenti finiscono per perdere ai loro occhi ogni valore, perché il migliore dei concordati non li salva dal subire senza attenuazioni il contraccolpo della crisi capitalistica.

26. L’assistenza ai disoccupati e l’azione in loro difesa è squisitamente classista, perché tende a impedir l’isola-mento dell’operaio e del contadino, il suo allontanamento dai suoi compagni, che hanno la fortuna di lavorare. Man-tenere il collegamento tra disoccupati e quelli che non lo sono, cercare che sul terreno dell’offerta della mano d’ope-ra non si combatta solo una serie di ” singolari ” tenzoni tra il singolo disperato e la fame, ma che il disoccupato senta che l’organo tradizionale della difesa dei suoi inte-ressi, il sindacato, è rimasto “suo”: ecco le esigenze che i comunisti presentano come essenziali all’azione sindaca-le. Se i sindacati operai riescono a portare la loro azione sul terreno concreto della difesa dell’operaio disoccupato si terranno in piedi; in caso contrario cascheranno come frutti fradici. I comunisti hanno il dovere di spingere l’organizzazione sindacale su quel terreno, perché la vita e la forza dei sindacati è condizionata alla misura in cui essi risponderanno a quello che è il bisogno essenziale del-la vita operaia in questo periodo. Rinunziare a tale com-pito vorrebbe dire perdere il contatto colla via operaia per quello che essa ha oggi di piú espressivo, di piú tragico, di piú sentito.
Né si creda che l’aiuto eventualmente portato al disoc-cupato attenui la gravità della situazione economica e quindi trasformi i ribelli in rassegnati: per quanto efficace sarà l’azione svolta in questo senso, essa non avrà risultati “pratici” molto sensibili, non potrà modificare sostanzialmente i lati piú dolorosi della condizione degli operai; essa varrà soprattutto nel fatto che mette in moto le ener-gie del sindacato in un campo nel quale questo si trova certamente attorno a sé le masse, le masse coi loro biso-gni, le masse plasmate dal pollice implacabile della situa-zione di crisi.
Non sono i risultati di beneficenza quelli che ci inte-ressano, perché sappiamo quanto scarsi ne siano i frutti, ma i risultati “sindacali”, la ripresa cioè di un’attività di carattere generale da parte delle organizzazioni operaie su un terreno ove stanno di fronte i lati piú passivi, piú scandalosi, piú insopportabili della gestione borghese.

27. Il rimprovero che noi facciamo ai riformisti non è quindi di occuparsi dell’esame dei mezzi per lenire la di-soccupazione, esame doveroso e legittimo ma di trascu-rare di valorizzare l’azione sindacale per un’azione di piú vasta portata, che, conquistato il potere statale, lo utilizzi come leva nelle mani delle classi lavoratrici pel raggiun-gimento dei loro fini, che sono poi quelli della quasi to-talità degli uomini. I riformisti considerano il disoccupato come l’oggetto di un’azione di assistenza e di beneficenza, oggetto a cui si rivolgono con piú o meno zelo, ma trascu-rano di considerarlo come “soggetto” di azione politica sindacale. I disoccupati non sono soltanto materia di prov-vedimenti legislativi, ma possono e devono diventare at-tori, propulsori di un ordinamento sociale che li liberi dalla loro triste situazione.
Inoltre, poiché la disoccupazione colpisce non piú i sin-goli singoli, ma le masse di movimento sindacale, rivolgendo la sua attività in questo campo, deve diventare movimento di masse, secondo un concetto sostenuto piú volte nel passato dai comunisti e che aveva ispirato nei rispetti dei sindacati, la lotta per i Consigli operai. I sin-dacati, facendo oggetto principale della loro attività la difesa dei disoccupati, devono spogliarsi di qualsiasi spi-rito particolaristico. Il disoccupato non paga le quote, è l’operaio “povero” per definizione; l’azione che deve trovare in lui la sua base diventa naturalmente un’azione democratica,.di insieme, sia perché deve tenere conto de-gli interessi di grandi masse, sia perché questi interessi coinvolgono tutta la struttura economica capitalistica.

28. La resistenza che i datori fanno al regime dei sus-sidi, si spiega colla volontà di avere a propria disposizio-ne una mano d’opera assolutamente indifesa, e quindi in loro piena balia. Ma si noti che il regime dei sussidi, specialmente se prolungato e nella misura in cui è stabi-lito dalla legislazione vigente in Italia, finisce per rinviare solo di poco quella condizione di esaurimento, di dispe-razione in cui i datori di lavoro vogliono trascinare gli operai per far precipitare le condizioni del mercato di lavoro. Perché se ciò non fosse, bisognerebbe che la pro-posta dei comunisti di portare il sussidio verso il limite del salario integrale potesse imporsi. Ma inserire il diritto alla vita dell’operaio nel bilancio dell’economia borghese è portare un elemento contraddittorio, è creare una situazione rivoluzionaria per contrasto di due elementi in conflitto dal cui prevalere dipende la vita e la morte del regime.
Per tutta la misura di cui si farà elevare il sussidio del disoccupato ci si avvicinerà a questo stato di cose. Ma i comunisti non devono illudersi né illudere: la borghesia non si adatterà a lasciare entrare il cavallo di Troia nella propria fortezza e continuerà nello stillicidio dei sussidi insignificanti. Per cui il problema rimane inalterato, e i padroni potrebbero continuare a dare i sussidi, ripetiamo, perché ciò non impedirebbe il precipitare del mercato di lavoro. L’unica garanzia che i disoccupati hanno oggi di non cadere in preda al capitalista non è nei sussidi, o in questo o quel provvedimento di carattere particolare, me nella forza del sindacato che svolge la sua azione per strappare i provvedimenti stessi.
Non solo quindi i provvedimenti particolari non con-trastano con la natura dei postulati nostri, ma sono per-fettamente logici, quando si vedono come frutto dell’a-zione del sindacato che li impone, che li controlla, che fa sentire la sua presenza dietro di essi.

XI. La cooperazione.

29. La cooperazione è stata considerata, specie in questi ultimi tempi, come il campo del superamento del-l’azione di semplice resistenza, diventata inefficace o ad-dirittura impossibile.
È bene avvertire subito che il “superamento” è affat-to illusorio, perché quando la cooperazione si propone sul serio un’azione di resistenza, trova davanti a sé tutti gli ostacoli, i limiti, le ostilità proprie dell’azione strettamente sindacale.
I comunisti sono contrari all’identificazione del movimento sindacale, col ghildismo operaio; ritengono che la cooperazione di produzione e lavoro, là dove essa ha condizioni naturali di sviluppo, sorga e viva sotto lo stretto controllo del sindacato, ma che l’identificazione delle due forme sia un grave errore dal punto di vista sindacale e da quello cooperativo.
Le ghilde si proporrebbero di determinare quel mono-polio della mano d’opera che era finora compito del semplice sindacato, sottraendo i soci alla necessità di offrirsi al padrone, procurando loro direttamente il lavoro. Il movimento ghildista è in grado di dominare il mercato della mano d’opera solo nella misura in cui può esso stesso assorbirla direttamente.
Orbene, la piú recente esperienza insegna che l’azione delle ghilde è assolutamente impotente a salvare i salari degli operai. L’imprenditore privato non ha alcun imbarazzo ad accettare la lotta sul nuovo terreno sul quale l’ha portata il sindacato; possiamo dire anzi che esso vi si muove con perfetta sicurezza e con maggiore suo agio che non sul terreno strettamente sindacale.
La lotta infatti, invece che essere lotta tra datore di lavoro ed operai, lotta classica alla quale il sindacato è da tempo preparato, diventa lotta tra due imprenditori, il privato e la ghilda (diciamo così per brevità), allo scopo di contendersi il monopolio del mercato del lavoro attraverso il monopolio del lavoro stesso.
E in questa lotta i privati si trovano in condizioni di superiorità di fronte alle cooperative, perché possono contare sul favore delle pubbliche amministrazioni su una molto maggiore libertà d’azione per l’impiego di mezzi diversi, di capitali, per lo sfruttamento della ma-no d’opera, ecc.
Senza quindi affermare in questo capo alcuna pregiudiziale dobbiamo far presente l’estrema difficoltà di un’a-zione in questo senso da parte dei sindacati, e la necessità che essi siano indipendenti dalle formazioni cooperativistiche, allo scopo di poter efficacemente rappresentare l’intera loro categoria e di evitare, ripetiamo, che all`azione sindacale si sostituisca la concorrenza per l’ac-caparramento dei lavori, nella quale, si può, se genera-lizzata, perdere il terreno proprio dell’azione di classe, senza con ciò in alcun modo creare una piú favorevole funzione di lotta contro il padronato. Le riserve ora fatte, pur senza cadere del tutto, hanno minore ragione d’essere nei confronti delle cooperative agricole, là dove ci siano gli elementi naturali del loro sviluppo. I sindacati devono ad ogni modo controllare strettamente il sorgere e il funzionamento delle cooperative di produzione e lavoro, perché la loro azione si svolga nel sen-so degli interessi generali della classe lavoratrice.

30. I comunisti ritengono che maggiori risultati sia posssibile raggiungere attraverso la cooperazione di consumo. Le difficoltà in questo campo sono assai minori e la loro azione presenta, anche nei riflessi economici una maggior rispondenza al carattere particolare che la crisi ha assunto. Inserire ancora nuovi organismi di produzione (industriale) in un regime di superproduzione è affrontare un problema irto di incognite; nelle grandi cooperative di consumo che possano far appello allo spi-rito di classe dei loro soci, si ha un “mercato” assicu-rato, in vista del quale è possibile con molto maggiore probabilità di successo organizzare dei reparti di produzione. Un’organizzazione di produttori-consumatori (ope-rai, tecnici ed impiegati), che tenda a monopolizzare il consumo della classe lavoratrice e a provvedere diretta-mente ai bisogni di essa, può diventare una forza econo-mica e politica di primo ordine. A questo scopo i sinda-cati devono proporsi di fare di ogni organizzato un coo-peratore, un iscritto alla grande cooperativa di consumo, della località o della zona, abbracciante tutte le catego-rie. Ciò viene a realizzare alcuni benefici non trascurabili: facilitazioni sugli acquisti e vantaggi in genere agli associati; buone condizioni di retribuzione agli addetti; naturale elisione degli egoismi di categorie, perché tutte le categorie vengono ad adeguarsi nell’unità tipica fondamentale del produttore-consumatore; azione di controllo sui vari aspetti del modo economico che si riflettono tutti nella vita di una grande cooperativa di consumo (materie prime, produzione, mercati, credito, ecc.) allenamento infine alla capacità della gestione economica.
Ma in prima linea vanno messi i vantaggi di carattere generale: le cooperative di consumo devono destinare la parte degli utili non indispensabile a garantire la vita e lo sviluppo della loro azienda nella lotta sindacale e politica.
E anche quando ciò non sia realizzabile, il solo fatto che le cooperative di consumo raccolgono (secondo la concezione comunista) grandi masse di lavoratori fa di esse una forma di inquadramento di masse estremamen-te preziosa, che in taluni casi può fiancheggiare magni-ficamente l’azione sindacale. Queste le ragioni per cui, mentre i riformisti accarezzano per solito grandi e colos-sali passaggi delle fabbriche agli operai (cessione degli arsenali, assunzione delle ferrovie secondarie, socializza-zione del sottosuolo, ecc.) e tendono spesso a sostituire l’azione di resistenza con la cooperazione del lavoro a tipo ghildista, i comunisti devono volgere le loro maggiori cure alla cooperazione di consumo in modo particolare, come la piú vitale, la piú indipendente, la piú democratica perché può poggiare su grandi masse operaie invece che su gruppi ristretti di privilegiati o magari d pionieri.