Regionali 2019 VALE LA PENA DI BUTTARE 6 MILIONI PER VOTARE A FEBBRAIO CON LA NEVE?

La società abruzzese blocchi questa follia. Il Consiglio Regionale dopodomani faccia due cose utili: approvi leggi contro vitalizi e si esprima a favore dell’election day.

La data fissata per le elezioni regionali  in Abruzzo – il 10 febbraio – contrasta con il buon senso, la democrazia e una corretta gestione del denaro pubblico.

La campagna elettorale si svolgerà nei mesi più freddi dell’anno. Quelli per intenderci da emergenza neve.

Davvero la scelta meno opportuna per favorire la partecipazione popolare e l’elettorato attivo e passivo. Le liste che dovranno raccogliere le firme per presentarsi dovranno fare banchetti per strada col gelo. Per non parlare poi di comizi, affissioni o volantinaggi. Persino la possibilità di recarsi ai seggi in tanti comuni montani e delle aree interne sarà problematica.

Inoltre si prefigura un gigantesco SPRECO di denaro pubblico:  a maggio c’è una tornata di elezioni europee e amministrative. Negli anni passati sono state accorpate le votazioni in un unico “election day” per risparmiare. Pare che questa volta nessuno lo chieda. Finora soltanto noi di Rifondazione Comunista e i Radicali.

Eppure c’è una norma che prevede l’election day, l’art. 7 della legge 111 del 2011:

1. A decorrere dal 2012 le consultazioni elettorali per le elezioni dei sindaci, dei Presidenti delle province e delle regioni, dei Consigli comunali, provinciali e regionali, del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, si svolgono, compatibilmente con quanto previsto dai rispettivi ordinamenti, in un’unica data nell’arco dell’anno.

2. Qualora nel medesimo anno si svolgano le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia le consultazioni di cui al comma 1 si effettuano nella data stabilita per le elezioni del Parlamento europeo.

Centrodestra e centrosinistra hanno sempre operato in tal senso negli ultimi anni ma ora tacciono.
Il Pd perché è responsabile del voto anticipato (votiamo prima a causa della fuga a Roma di D’Alfonso). La destra perché pensa di vincere. E così ragiona anche il M5S che pure ha fatto della diminuzione dei costi della politica il suo tormentone. 

Ricordiamo che l’ultima volta con il centrodestra al governo della Regione si allungo’ di mesi la legislatura oltre la scadenza per fare election day.

Non si comprende la ragione per la quale si debba votare in pieno inverno.

Quanto spenderemo in più votando in date separate?
Almeno 6 milioni di euro.

Vi pare il caso?

Vengono prima i cittadini o i calcoli politici di presunta convenienza?

Ricordiamo che la Basilicata ha già deciso di andare a votare maggio. 

Dopodomani si riunisce il Consiglio Regionale.
Auspichiamo che vengano approvate le proposte del M5S sui vitalizi che sono simili a quelle che abbiamo proposto noi in passato.
E che tutti i partiti – e in particolare M5S che ha la responsabilità del governo – si esprimano a favore dell’election day.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Prc-Se
Marco Fars, segretario provinciale Prc-Se
Corrado Di Sante, segretario provinciale Pescara Prc-Se

DECADENZA PRESIDENTE REGIONE LEU SALVA D’ALFONSO

 

Comunicato stampa 8 maggio 2018

Per un soffio Luciano D’Alfonso rimane presidente della Regione e contemporaneamente senatore.

Torniamo a rilanciare la proposta avanzata a suo tempo dal nostro segretario nazionale Maurizio Acerbo: D’Alfonso mostri finalmente un po’ di coraggio, rinunci alla carica di senatore e si ricandidi a presidente così gli abruzzesi potranno nelle urne esprimere il loro giudizio sul suo operato alla Regione.

A chi ci chiede perché la sinistra è divisa facciamo notare che in Abruzzo Liberi e Uguali continua a sostenere D’Alfonso e che i voti di Mazzocca e Sclocco sono stati determinanti nella votazione odierna.

Con quelli che fanno da ruota di scorta del peggiore PD non si ricostruirà certo una sinistra credibile.

 

Marco FARS, segretario regionale PRC-SE Abruzzo

Corrado DI SANTE, segretario provinciale PRC-SE Pescara

 

 

30 aprile 1950 l’eccidio di Celano.

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento del compagno Riccardo Lolli al convegno “Morire di lavoro” che si è tenuto a Celano (Aq) il 29 aprile

Il filo rosso delle sofferenze e delle lotte che hanno visto l’emergere e lo sviluppo della coscienza civile dei celanesi comincia ad avvilupparsi già subito dopo la conclusione della prima guerra mondiale. Nel 1919 i braccianti di Celano invadono il Fucino opponendosi a 200 carabinieri per impedire la costituzione della Lega di combattenti e reduci, circostanza che, oltre a costituire un primo argine al protofascismo incarnato da un luogotenente del principe Torlonia, padrone del Fucino ed alfiere del combattentismo, è episodio emblematico destinato a riprodursi anche in seguito, fino alla drammatica giornata dell’eccidio.

L’onnipotenza dei Torlonia era incardinata nelle “tre ganasce del potere”; il principe era proprietario delle terre del Fucino, dal 1903 di uno zuccherificio che metteva a profitto i raccolti, e dell’unico istituto di credito della zona. Diveniva così impossibile per i contadini sottrarsi al giogo di una terra dalla scarsa produttività affittata a canoni elevati ed a prestiti bancari esosi.

L’avvento del fascismo, materializzatosi ad appena un mese della marcia du Roma con la somministrazione dell’olio di ricino da parte di squadracce venute da fuori al Sindaco ed all’intera amministrazione non dovette intimidire più di tanto i celanesi se nel 1924 prendeva a circolare nel paese la sottoscrizione per un monumento a Matteotti e se nel parco della Rimembranza realizzato su indicazione del Duce vennero rinvenute scritte inneggianti a Lenin.

Malgrado l’enfasi ruralistica esibita dal regime gli anni più negativi furono 1l 1929 e 1929 quando il principe Torlonia pretese un aumento del 50% dei canoni d’affitto dei terreni incontrando l’opposizione degli affittuari. La controversia trovò il suo sbocco nel c.d. Lodo Bottai che prevedeva sì un aumento dei canoni ridotto al 20% ma, contemporaneamente ne imponeva il pagamento con l’estaglio delle bietole. Il fucino diventava così destinato ad una monocultura asservita allo zuccherificio con la coltivazione delle patate relegata al consumo familiare.

La depressione economica sempre più insopportabile e l’accordo tra Italia e Germania per lo scambio braccianti agricoli-carbone spingeva 1.000 rurali del Fucino all’emigrazione, fra il disinteresse del podestà di Celano che si guardava bene dal farne menzione nelle relazioni mensili. Di tutt’altro tenore gli stralci di lettere censurate dell’epoca delle contadine del Fucino:

La campagna sta tutta senza far niente, le terre senza ararle per la semina del grano

Se tu vedessi si fa la fila per 3,4 ore per avere il pane e poi molte famiglie ne rimangono senza. E così tutti i giorni tra carabinieri e militi e qualche volta sono venuti il segretario politico e il podestà per tenere la folla.

Condizioni tutte destinate al peggioramento per le gravi restrizioni determinate dallo scoppio del guerra ma destinate ad un’evoluzione positiva in seguito ai decreti Gullo emanati già nel 1944 e che prevedevano, fra l’altro la concessione delle terre incolte a contadini costituitisi in cooperative. La bontà dell’iniziativa legislativa doveva però scontrarsi con l’apparato burocratico, ancora impastato dalle logiche del defunto regime, che ne bloccò l’applicazione, circostanza che fu all’origine dell’uccisione di Domenico Spera, contadino di Ortucchio, nel corso di un’occupazione pacifica delle terre. Dopo un anno sarebbero stati assegnati solo 50 ettari ai fucensi.

La situazione però cominciava a cambiare. Nel 1946 Celano eleggeva un sindaco di sinistra, seguito da Avezzano, Cerchio, Pescina e Trasacco al punto da fare della Marsica, con i suoi 2.000 disoccupati, un’isola rossa. Prendeva corpo gradatamente la consapevolezza della necessità di una piattaforma comune tra affittuari e braccianti. Le sezioni del PCI e della Camera del Lavoro divenivano fucine di discussione e di organizzazione. L’onorevole comunista Nando Amiconi in un comizio a Celano incita all’occupazione delle terre imitando i compagni di Calabria, Puglia e Lazio. Seguono mesi dedicati ad un’organizzazione capillare finchè il 6 febbraio 1950 parte lo sciopero a rovescio che mette insieme comuni, braccianti ed affittuari. 12 deputati e 2 senatori comunisti e socialisti visitano i lavoratori scioperanti, nascono Comitati per la rinascita ed Associazioni donne della Marsica in ogni comune, Di Vittorio viene a Celano, finchè, dopo 20 giorni di lotta Torlonia riceve la lettera del Prefetto contenente il decreto sull’imponibile di mano d’opera. Il lodo Bottai è ormai un ricordo ma l’obiettivo si sposta alla cacciata di Torlonia, alla costituzione dell’Ente Fucino e ad una più generale riforma agraria.

La folla radunata in piazza il giorno dei funerali Celano 3 maggio 1950

Preceduto da uno scontro, quasi come un trentennio prima, fra duecento celanesi ed il rappresentante degliex combattenti che aveva fatto inserire 50 reduci fra i beneficiari della prima tornata di assunzioni, qualche giorno dopo la chiusura alla camera della discussione sulla riforma agraria, la sera del 30 aprile avviene l’eccidio. In comune si stava stilando la lista dell’elenco di braccianti da assumere per il 2 maggio e la commissione, non avendo raggiunto l’accordo, aveva sospeso i lavori. Il contrasto verteva, ancora una volta sull’inserimento dei reduci, posizione sostenuta dal rappresentante della DC avversata dal rappresentante del PCI. Nei tumulti che seguirono in piazza, vi furono spari da parte di civili e di carabinieri. Nelle relazioni delle forze dell’ordine vengono costantemente distinte le posizioni degli aggressori da quelle dei tumultuanti e da quelle dei carabinieri, circostanza avvalorata anche dai parlamentari comunisti presenti. Sul selciato restano i corpi di Antonio Berardicurti di 35 anni ed Agostino Paris di 45 anni. Entrambi lasciarono moglie e figli in tenera età. Oltre i due morti, nella sparatoria del 30 aprile restarono ferite altre 12 persone che si trovavano in piazza. Verranno arrestati per concorso in omicidio aggravato cinque aggressori, due dei quali iscritti alla DC. L’imboscata dà il via a un’azione repressiva contro i lavoratori del Fucino, molti dei quali vengono arrestati ma i funerali del 2 maggio, con la presenza i tutti e 33 parlamentari comunisti e socialisti e lo stormire di 74 bandiere ed una folla che riempie il paese, danno la rappresentazione plastica di una vicenda corale collettiva che continua. L’eccidio non ferma i fucensi, nel dicembre riprende lo sciopero a rovescio di 2.000 lavoratori, incuranti del sequestro degli arnesi e delle denunce a piede libero. La lotta continua ormai in un contesto di progressiva maturazione politica. In pochi mesi nella Marsica il Pci passa da 4.000 ad 8.000 iscritti, le donne comuniste da 150 a 2.556, i giovani comunisti da 264 a 1.100, a Celano il Pci triplica isuoi aderenti. Si era trattato di un’esperienza rifondativa che aveva riguardato non solo avanguardie ma anche i c.d. dannati della terra. Il 25 gennaio 1951 la Gazzetta Ufficiale pubblicava la costituzione dell’Ente Maremma e Fucino e il 10 agosto dello stesso anno il decreto di esproprio di Torlonia.

Così Romolo Liberale, intellettuale, dirigente e militante marsicano commentava l’intera vicenda: La parola d’ordine per la Rinascita della Marsica e Via Torlonia dal Fucino aveva trionfato con oltre mezzo secolo di sofferenze, con una lotta dura e coraggiosa, con una catena di persecuzioni, condanne e con anni di carcere, col sangue dei caduti di Ortucchio e di celano. Il popolo del Fucino aveva aperto alla marsica un’epoca nuova. Quell’epoca di cui parla Liberale è andata via via intorbidandosi e il modo migliore di rendere onore a Paris e Berardicurti è quello di tenere sempre alto il vessillo contro i soprusi e le disuguaglianze per una società giusta e democratica.

CELANO 29.4.2018

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